
CAMPI PROFUGHI IN ITALIA DOPO LA GUERRA
Questa raccolta di documenti racconta le storie di molte migliaia di sopravvissuti alla Shoah che passarono nei numerosi campi profughi che erano attivi in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale; avevano la funzione di stazioni di transito temporaneo ma fu lì che i sopravvissuti cominciarono a rendersi conto dell’enormità di ciò che avevano perduto e allo stesso tempo si prepararono a vivere un nuovo capitolo delle loro vite con l’aiuto dei soldati della Brigata Ebraica e delle Forze Alleate, degli inviati di Eretz Israel e delle organizzazioni umanitarie. Nel Luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia e l’invasione del resto dell’Italia cominciò in Settembre; il governo Italiano firmò un armistizio l’8 Settembre 1943. Il risultato fu che la Germania invase il Nord Italia dove vivevano molti Ebrei e cominciò la deportazione. Circa 8000 Ebrei furono deportati dall’Italia, soprattutto ad Auschwitz, e la gran parte di loro non sopravvisse. Anche prima della fine della guerra, mentre erano ancora in atto le deportazioni, sopravvissuti della Shoah avevano incontrato soldati Israeliani che servivano nell’Esercito Britannico, tra cui anche militari della Brigata Ebraica, nell’Italia del Sud che era sotto il controllo degli Alleati: l’Italia divenne un’ importante stazione di transito nel viaggio dei sopravvissuti verso Eretz Israel. Alla fine di Aprile del 1945 le forze Tedesche in Italia si arresero: nell’arco di 3 mesi circa 13000-15000 sopravvissuto alla Shoah, partigiani e scampati ai ghetti e ai campi, arrivarono in Italia soprattutto da Polonia, Ungheria e dei paesi Baltici. In quel periodo gli Alleati allestirono i cosiddetti DP Camps ( Campi profughi) in Germania, Austria, Italia dove avevano il controllo del territorio. Circa 250000 sopravvissuti ai campi di concentramento passarono in quei luoghi di raccolta, così come coloro che erano fuggiti in Russia ed erano tornati dopo la guerra. Nei DP Camps i sopravvissuti cominciarono il processo di ritorno alla vita, affrontando le loro enormi perdite; furono i primi a fare “ricerca” sulla Shoah raccogliendo iniziali testimonianze, documenti scritti e facendo cerimonie funebri per i morti. Allo stesso tempo diedero vita a compagnie teatrali, orchestre, organizzarono gare sportive e pubblicarono più di 70 giornali in Yiddish. Studiarono, impararono professioni, formarono famiglie e si prepararono per una nuova vita. Tra il 1945 e il 1951 circa 70000 Ebrei rifugiati e profughi vissero sul suolo Italiano, circa 50000 emigrarono in Israele. In quegli anni vi erano 35 DP Camps in Italia, in alcuni dei quali vi erano anche non Ebrei. Non tutti i campi furono funzionanti durante l’intero periodo, ci furono piccoli campi che accoglievano qualche dozzina di persone , altri ne contenevano migliaia. Yehuda Tobin, soldato della Brigata Ebraica, in una lettera del Giugno 1945 scrisse da Tarvisio (Italia): “ Hai mai visto le facce dei sopravvissuti dei capi della morte? Io li ho visti coi miei occhi..i capelli dei ragazzi giovani hanno cominciato a crescere; le teste con quei capelli stopposi hanno un aspetto così strano, un aspetto che non so descrivere, l’espressione del viso. Quei ragazzi..che avevano 10,11,12 anni quando è cominciata la guerra hanno passato la maggior parte degli (ultimi) 5-6 anni in ghetti, campi di concentramento, foreste, in fuga..la paura mi attanaglia quando penso a quei ragazzi. Cosa hanno sopportato? Come hanno evitato la morte? Che giovinezza hanno avuto?”……… Nel novembre 1944 soldati della Brigata Ebraica arrivarono in Italia; quando gli scontri finirono la brigata si fermò a Tarvisio, vicino al confine con l’Austria; una delegazione lasciò Tarviso per raggiungere altri DP Camps in Austria e Germania e i soldati si misero in contatto con adolescenti Ebrei sopravvissuti da tutta Europa; nel breve periodo in cui i soldati operarono (maggio-luglio 1945) circa 15000 Ebrei vennero fatti trasferire a Tarvisio, dove la Brigata organizzò cibo e cure mediche e unità di trasporto verso il Sud Italia. Riflettendo sull’incontro coi soldati della Brigata, Shmuel Shilo afferma: “Non avevamo fiducia negli adulti perché gli adulti che avevamo conosciuto o volevano ucciderci o erano Ebrei che si occupavano di loro stessi e non di noi. Ed ecco che c’erano degli adulti, soldati e ufficiali, che si occupavano di me, e volevano che vivessi, che imparassi, che fossi vestito, che mangiassi, volevano portarmi in Israele..Non so se sarebbe valsa la pena rimanere in vita o se sarei rimasto in vita se Israele non fosse esistito. … Io penso che Israele mi abbia salvato la vita”...