di Rodolfo Ricci, Rino Giuliani (*) Due fatti degli ultimi giorni hanno riportato l’emigrazione italiana al centro dell’attenzione. A partire da una vicenda marginale per la dirigenza del paese, ma non per il popolo italiano che in grande parte ha vissuto, direttamente o indirettamente, esperienze di emigrazione più antiche, o recenti e ancora in atto a seguito della crisi del 2007-2008.
Il primo fatto sotto gli occhi è il Decreto “Cittadinanza” emanato dal governo lo scorso 28 marzo. Il secondo è il report “Indicatori demografici del paese”, pubblicato dall’Istat, il 31 marzo scorso. Il ministro degli Esteri Tajani nella conferenza stampa del 28 marzo ha illustrato le motivazioni addotte a sostegno della riduzione delle condizioni per la riacquisizione della cittadinanza italiana – jure sanguinis – alla seconda generazione antecedente (genitori o nonni nati in Italia). Con un rapido passaggio Tajani introduceva la necessità di un pre-requisito di appartenenza forte e convinto per l’acquisizione di una italianità fondata su una sorta di condivisione identitaria, quello della riduzione dei gradi di ascendenza indicabili. La ragione effettiva alla base della nuova condizione, sembrerebbe avere a che fare con le difficoltà incontrate dai tribunali e dai piccoli comuni, gravati dal lavoro, a trascrivere gli atti di riconoscimento della cittadinanza e per il sovraccarico di pratiche di cittadinanza che gli stessi non riescono a smaltire neanche a 10 anni dalla presentazione delle domande. Da decenni le amministrazioni sono ampiamente sotto organico, con difficoltà che riguardano non il solo ministero degli Affari Esteri, mostrando grave incapacità nel rispondere puntualmente alle normali richieste di servizi dei cittadini anche in molti altri ambiti: dalla scuola, alla sanità . Per quanto riguarda il MAECI l’attuale organico in Italia e all’estero è più o meno la metà di quello di 20 anni or sono. L’Istat nei giorni scorsi ha certificato che nel 2024 si è raggiunta la punta più alta di espatrii dall’Italia dall’inizio del secolo. Quasi 191mila persone sono uscite definitivamente dal paese. Di questi, 156mila sono italiani, mentre per il restante si tratta di ex immigrati che tornano al loro paese di origine o che ri-emigrano verso altri paesi. Val la pena considerare che quasi 200mila persone in un anno rappresentano una popolazione pari a quella di una città come Padova, Brescia, Messina, Parma, o Trieste. Tutti gli analisti convengono sul fatto che gli espatrii effettivi sono molti di più del numero delle residenze cancellate per trasferimento all’estero, il che porta ad un dato che si colloca tra le due e le due volte e mezzo quello dell’Istat. Come dire che nel 2024 si è spostata all’estero una città delle dimensioni di Catania, o di Bari, di Firenze o di Bologna. Questo flusso in uscita iniziato impetuosamente nel 2010, prosegue ormai da ben 15 anni. Molti fingono di non sapere e rimuovono politicamente il problema. Tra questi il ministro Tajani che, come è dato leggere, sorprendentemente individua la causa del raddoppio del numero degli italiani all’estero tra il 2007 ad oggi, nelle richieste di cittadinanza ad opera degli italodiscendenti. Il ministro mostra di ignorare totalmente i numeri della nuova emigrazione. Gli fa anche difetto la conoscenza della storia e delle caratteristiche identitarie dell’emigrazione italiana più antica, in particolare di quella latino-americana, argentina o brasiliana. I figli, nipoti e pronipoti degli italiani del continente sudamericano, coinvolti nella colonizzazione (pacifica) di quei territori continuano a sentirsi tuttora anche italiani, a prescindere dal possesso del passaporto. Spesso parlano anche lingue c.d. minoritarie come il sardo o il friulano dialetti italiani misti allo spagnolo e al portoghese (itañol o portiñol), producono italiano e all’italiana in tanti settori economici (dall’alimentare, al legno, al tessile, al calzaturiero, al mobilio, alla meccanica, ecc.), spesso in distretti industriali del tutto simili a quelli del nord-est. Per capire cosa significhi sentirsi italiano, al governo ed ai partiti che lo sostengono dovrebbe bastare, in verità, la lettura della cartina geografica magari iniziando dal Rio Grande do Sul, in Brasile e contare le decine di città più o meno grandi che si chiamano Nova Padova, Nova Trento, Garibaldi, ecc. e riflettere sulla potenziale proiezione internazionale del Paese che potrebbe transitare per queste città, come per tante altre in Argentina, in Uruguay, in Venezuela, in Australia, negli Usa, in Canada, e così via. Cosa che non era sfuggita alla FIAT che in uno studio della Fondazione Agnelli di fine anni ‘70 aveva riconosciuto come la penetrazione commerciale delle sue automobili nel mondo di allora fosse stata grandemente favorita dalla presenza di vaste comunità di emigrati e di oriundi che compravano più volentieri auto italiane. Cosa che non era sfuggita a molti altri ambiti del made in Italy che debbono la loro fortuna nel mondo sempre a questo fattore storico trainante fatto di milioni di connazionali espatriati e di 60 (o 80? non si sa bene) milioni di oriundi. Il ministro Tajani parla degli italiani con passaporto acquisito in Latinoamerica come di “ turisti in Europa” che omettono di stabilirsi in Italia. Il ministro dovrebbe riflettere sul perché molti di quelli che hanno riacquisito la cittadinanza preferiscano, ad esempio, stabilirsi in Spagna, o in altri paesi, insieme ai loro coetanei che partono direttamente dall’Italia. Ponendosi anche la domanda sul perché quasi la metà dei ricercatori del CNR francese sono italiani. In verità (ma da un certo tempo si tratta di una attitudine bi-partisan) si accetta che il destino dell’Italia sia quello di un di paese semi-periferico, nel quale si considera come un fatto di natura la compressione delle energie dei giovani, laureati e non, l’affossamento delle loro prospettive di vita e in definitiva, come un percorso obbligato quello dell’incentivazione all’emigrazione. Come all’epoca dello scambio “braccia in cambio di carbone”. E questo posizionamento definitivo, in una coltre fumosa di sovranismo a la carte, sembra emergere anche dalle stesse “novità” introdotte dal Decreto “Cittadinanza” laddove si stabilisce che chi non ha genitori o nonni nati in Italia può tentare di riacquisire la cittadinanza stabilendosi (da immigrato) in Italia per 2 o 3 anni in attesa che, a conclusione del quarto anno, la pratica venga definita e perfezionata. In accordo e in sintonia con la pratica vigente con l’immigrazione attuale cui si chiede di lavorare con meno o nulli diritti prima di “concedere” la cittadinanza. La protesta montante che arriva dall’America Latina, ma non solo, contro il Decreto Tajani/Piantedosi, segnala la consapevolezza di una appartenenza, l’attaccamento forte alla madrepatria delle origini familiari. Sui social e su youtube si susseguono interviste, prese di posizione e petizioni che acquisiscono decine fino a centinaia di migliaia di visualizzazioni e adesioni. Cosa rara anche per analoghe azioni sul territorio nazionale. Il governo ha fatto i suoi passi. Dalle nostre comunità all’estero è giunta una reazione estesa negativa e la richiesta di cambiamenti del decreto. Le opposizioni hanno dichiarato che intendono avanzare loro soluzioni chiedendo in Parlamento il cambiamento dei contenuti del provvedimento. La valutazione sensata e realistica è che se, come da più parti, a ragione, si richiede, se si vuole riformare una legge che riguarda gli italiani all’estero, è bene prima ascoltare le loro rappresentanze istituzionali e associative in modo che la riflessione e la discussione siano pubbliche, trasparenti e aiutino a riconnetterci – tutti – con la nostra storia, o meglio, a fare i conti con la storia e con un presente di un paese che proprio dall’emigrazione è stato segnato e in larga parte conformato.(FONTE: emigrazione notizie)
(*) segreteria FIEI (Federazione Italiana Emigrazione immigrazione)